Il 25 maggio 2026 è stata scritta una piccola ma affascinante pagina nella storia della comunicazione interstellare italiana. Dal Centro Spaziale del Lario di Telespazio, sulle rive del Lago di Como, sono infatti partiti tre messaggi destinati a possibili civiltà extraterrestri, realizzati dagli studenti vincitori del concorso nazionale dell’INAF “C’è posta per E.T.”.
L’iniziativa, giunta alla sua seconda edizione, ha coinvolto scuole primarie, secondarie di primo grado e secondarie di secondo grado di tutta Italia, invitando gli studenti a confrontarsi con una domanda tanto semplice quanto profonda: se potessimo comunicare con una civiltà extraterrestre, cosa racconteremmo di noi stessi?
Sulle orme del messaggio di Arecibo
L’idea si ispira direttamente al celebre messaggio di Arecibo, trasmesso nel 1974 dal radiotelescopio portoricano sotto la guida di Frank Drake e dei suoi collaboratori.
Quel famoso crittogramma, composto da 1679 bit, conteneva informazioni sull’umanità, sul Sistema Solare, sulla struttura del DNA e sul radiotelescopio stesso. Pur essendo stato concepito principalmente come una dimostrazione tecnologica, è diventato nel tempo il simbolo della ricerca di un contatto con eventuali civiltà extraterrestri.
Anche gli studenti italiani hanno dovuto affrontare la stessa sfida: decidere quali informazioni rappresentino al meglio la nostra specie e il nostro pianeta.
Matematica, arte, musica e pixel
I messaggi elaborati dai partecipanti hanno spaziato tra discipline molto diverse. Alcuni gruppi hanno scelto di utilizzare concetti matematici e scientifici, altri hanno preferito elementi artistici, musicali o simbolici.
Per trasformare queste idee in un linguaggio potenzialmente comprensibile a una civiltà aliena, i messaggi sono stati convertiti in formato binario e codificati tramite tecniche di compressione dati come la Run Length Encoding (RLE). Il risultato finale è stato rappresentato sotto forma di immagini in pixel art, composte da sequenze di bit “0” e “1”.
Come spiegato dagli organizzatori, il progetto aveva un forte valore educativo: sviluppare pensiero computazionale, competenze digitali, capacità di problem solving e spirito critico, utilizzando l’astronomia come potente strumento di motivazione e scoperta.
L’antenna Lario 1
La trasmissione è avvenuta utilizzando Lario 1, una grande antenna parabolica di 32 metri di diametro situata presso il Centro Spaziale del Lario, struttura gestita da Telespazio e appartenente al gruppo Leonardo.
L’antenna, normalmente impiegata per telecomunicazioni satellitari, è stata adattata per puntare verso tre stelle dotate di esopianeti potenzialmente abitabili scelti dagli studenti. Trasformare le coordinate di questi sistemi planetari in istruzioni di puntamento per una grande antenna professionale ha richiesto un notevole lavoro tecnico da parte degli ingegneri coinvolti nel progetto.
I messaggi sono stati inviati sotto forma di impulsi radio a due frequenze differenti: una rappresentava il bit “0” e l’altra il bit “1”. In pratica, ogni pixel dell’immagine veniva trasmesso attraverso una particolare combinazione di segnali radio.
Anche la Luna ha fatto da “specchio”
Parallelamente all’invio verso gli esopianeti, è stato effettuato un affascinante esperimento di Earth-Moon-Earth (EME), noto anche come Moon Bounce.
In questo caso il segnale radio è stato diretto verso la superficie lunare, che ha agito come un gigantesco riflettore naturale. Dopo aver percorso circa 384.000 chilometri fino alla Luna e altrettanti nel viaggio di ritorno, il segnale è stato ricevuto presso il Centro Spaziale del Fucino e da numerose stazioni radioamatoriali sparse nel mondo.
Per rendere possibile il collegamento sono stati utilizzati sofisticati algoritmi sviluppati dal premio Nobel Joseph Hooton Taylor Jr., noto ai radioamatori con il nominativo K1JT. Questi protocolli permettono di estrarre segnali estremamente deboli dal rumore di fondo e rappresentano oggi uno standard nelle comunicazioni radio a lunga distanza.
Quando arriveranno i messaggi?
Qui entra in gioco la scala cosmica delle distanze.
Anche viaggiando alla velocità della luce, i messaggi impiegheranno anni, decenni o addirittura secoli per raggiungere i loro destinatari, a seconda della distanza delle stelle scelte. Eventuali risposte richiederebbero tempi analoghi per tornare fino a noi.
In altre parole, nessuno degli studenti coinvolti riceverà probabilmente una risposta nel corso della propria vita.
Ma questo non era l’obiettivo del progetto.
Il vero significato dell’iniziativa
Come accadde per il messaggio di Arecibo, il valore di “C’è posta per E.T.” non risiede tanto nella speranza concreta di stabilire un contatto extraterrestre, quanto nell’esercizio culturale e scientifico che esso rappresenta.
Costringersi a spiegare chi siamo, quali conoscenze possediamo e cosa consideriamo importante della nostra civiltà è un esercizio straordinario di sintesi e riflessione.
E forse è proprio questo l’aspetto più affascinante dell’iniziativa: nel tentativo di parlare a un ipotetico extraterrestre, gli studenti hanno finito per interrogarsi su cosa significhi essere umani.
Una domanda che, a oltre cinquant’anni dal messaggio di Arecibo, continua a essere attuale quanto la ricerca stessa della vita nell’Universo.
